Pedagogia della Gratuità

Pedagogia della Gratuità

La nuova scuola deve educare la gratuità

L’inizio delle scuole, da un paio d’anni a questa parte, è presidiato da discussioni su mascherine, vaccinazioni, distanziamenti, DAD. Difficile immaginare, prima della pandemia, un clima distopico e di incertezza come quello degli ultimi mesi.
Proprio in questo scenario occorre trovare dei punti fermi, sul significato della scuola e dell’educare, punti fermi che si alzino di qualche metro rispetto alle crisi storiche e sociali che attraversiamo e al tempo stesso aiutino a guardare in profondità.
Tre mesi fa l’Editore Sempre ha dato alle stampe un libro che suggerisce questa direzione: “Pedagogia della Gratuità. Un cammino verso la felicità“.
L’autore, Ferdinando Ciani, è un insegnante appassionato della sua materia ma soprattutto alla costante ricerca del senso pedagogico del suo lavoro, che parte dalla scuola ma ne attraversa i muri.

Ecco alcuni stralci dell’intervista pubblicata il 1 settembre su Semprenews

Che cosa significa educare?

«Come ha detto il poeta irlandese William Butler Yeats: “Insegnare non è riempire un secchio ma accendere un fuoco”. Educare è un processo maieutico, cioè di estrazione. Non si può “educare a qualcosa”, si educa qualcosa, si educa la pace, la cittadinanza, la gratuità, cioè si estraggono come doni già presenti nel cuore e nell’intelligenza dei bambini e li si aiuta semplicemente a svilupparli. Il modello maieutico è molto diverso da quello plasmativo, secondo il quale l’educazione è simile all’opera del vasaio che modella la creta su un progetto precostituito. La società attuale ha bisogno di plasmare gli individui sul proprio modello perché la gratuità non assurga a sistema e la cultura del profitto possa reiterarsi all’infinito».

È meglio insegnare la competizione o la cooperazione?

La competizione è completamente deleteria per l’educazione o se ne può trovare una versione “buona”?

«Di competizione “buona” vedo solo la competizione giocosa, sempre che non ci siano dietro interessi. Il miglioramento, motivazione usata dai fautori della competizione, si ottiene con la cooperazione e nella sfida con se stessi non in quella contro altri. Il motto di De Coubertin “L’importante è partecipare, non vincere” oggi potrebbe essere tranquillamente proclamato al rovescio: “L’importante non è partecipare ma vincere”. Il profitto stimola una competizione insana che crea avversari e genera relazioni infelici».

Ci racconti un aneddoto?

«In una delle mie classi prime era arrivata Elisa, una ragazzina tetraplegica che si esprimeva solo attraverso gridolini e sorrisi. L’insegnante di sostegno propose di trasferirla nell’auletta di sostegno ma la classe si oppose: “Vogliamo che Elisa resti con noi”. E così fu: preparammo un posto adatto a lei in classe, e poiché ad Elisa piaceva molto ascoltare musica, imparammo a fare matematica con la musica di sottofondo».

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